Due corpi

Tra le cose belle
c’era la musica accesa
su due corpi ancora caldi
quasi addormentati.
La luce lenta e il tempo soffuso
fluttuavano nella piccola stanza
dove tutto il da farsi
era ormai fatto
e i desideri migliori
erano stati risolti.
Finché in un tempo remoto
dalle praterie di lenzuola raggrinzite
due gambe stanche si levarono
come montagne nuove
e tremarono fino alla scrivania
per conquistare il silenzio notturno.
Allora tutto era pronto
per scordare il mondo.
Restavano solo le lenti
già incrostate ai sogni
da togliere via e sciacquare
per accomodare meglio gli occhi,
e infine
spegnere l’ultima luce
per rimboccare l’oscurità
sulle punte di quei due corpi
ancora caldi
ormai addormentati.

Il peso

Mi guardo allo specchio:
c’è un intero orizzonte
sopra gli occhi di chi mi guarda
ha il colore delle sue sopracciglia
ma è più vasto:
può abbracciare tutta l’umanità.

Mi guardo allo specchio
e lo vedo,
lo vedo, il peso
su quello sguardo impersonale
dove io non ci sono; eppur la vedo
una forma
che è senza contorni da toccare
ma è tutta sostanza
cangiante.

Ed ecco, lo sento
lo sento, il peso:
le ossa si slegano
e la pelle schiuma
nello specchio non ci sono più
precipito come un fluido
perdo forma in caduta libera;
in meno di un istante, sbatto
contro il pavimento di un bagno
spappolato;

ormai annullato.

Nell’oscurità la bellezza

Eccoti lì
sotto una montagna di coperte sicure
dormi ancora –
ma quanto dormi?
Ho provato a resistere,
a restarti accanto
tra i capelli e le costole,
ma ho avuto troppo paura
di contagiarti il sonno
con la mia lucidità nervosa.

Eccoti lì
ancora stanchissima
ancora calda
ma meno di stanotte
quando sei stata mia
e il petto ti bolliva
e il sangue evaporava dalla pelle,
rossissima pelle sulla mia;
mentre adesso sei lì
meno calda
e meno mia,
dormi lì
a tre passi da me
a tre realtà di distanza da qui –
ma quanto sogni?

Eccoti lì
in questa stanza
dove c’è tutto il buio dell’oceano
se dormo non tollero la luce.
E hai abbassato tutto
la tapparella, gli occhi, la guardia
per diventare vulnerabile,
bella e vulnerabile
fra le mie braccia
fra le costole
sotto le palpebre:
hai spento le paure.

Eccoti lì
che non sai che scrivo di te,
e sarebbe pure cosa impossibile
farlo su carta
vista l’oscurità in cui respiri:
mi costringi ad impugnare
la tastiera opponibile
‘che è già illuminata
e così posso scrivere
con la luminosità bassissima
che comunque mi affatica
se scrivo troppo e poi ti cerco.
E così faccio in fretta
per ritornare nella tua stanza
negli abissi
e cercarti
bella
fra la nebbia scura –

Affrettati, pupilla, sii elastica
salta da qui, da questi pixel,
a quel corpo
laggiù
ancora caldo
che mi dice d’amore
e di bellezza purissima.

Che torture
si riservano ai poeti:
nell’oscurità
calda d’amore
gli si chiede la verità
a cuore aperto
su un supporto scrittorio nemico
che acceca e stanca
eppure servitore fedele
con cui raccontare bene
oltre queste pareti
oltre questa finestra
che nell’oscurità giace la bellezza -;
Eccoti lì.

A giustificare tutta la storia

Davanti al Foro
hai tossito tutto il fumo
che avevi in testa
mentre le enormi pietre antiche
sono immobili da secoli,
guardano il mondo che le guarda
e stanno ferme nello stesso posto
senza allungare nulla
con la sola voglia di sgranchirsi
e sgretolarsi.
Ammiravi il vuoto
e mi confessavi
che sei stanca di abitare da tua madre,
di sentirla gridare,
di vivere in casa sua
e di doverle fare da madre.

Dietro di noi l’Altare
alto settanta metri dice Wikipedia
ma senza certezze non ti fidi
così hai teso il pollice davanti ad un occhio
ma poi hai desistito
e mi hai detto che forse a Bologna
staresti meglio
anche se dovrai badare tu alla casa
anche se all’inizio non avresti amici
ma non è importante
perché almeno potrai comprarti un gelato quando vuoi
quando vuoi scappare
o scegliere i detersivi alla spina,
uscire di casa senza chiedere a nessuno,
lavare i piatti più tardi.

Sotto il Colosseo
eravamo troppo distratti
per guardarlo veramente,
parlavamo di quanto sia difficile
sentirsi liberi,
fare le cose che ci piacciono,
sbagliarle senza arrossire;
di quanto faccia male
rimboccarsi i polsi
o in un modo o nell’altro
diventare qualcuno
salvare ecosistemi marini,
sfamare organi con le parole,
fare l’amore quando ci pare.

Su di noi i gabbiani giganti
irrobustiti dalla spazzatura
mischiavano i colori con le ali grandi
e il tramonto si diluiva con le nuvole
per somigliare ad un quadro di Turner
con grosse esplosioni
rosse e viola,
che cambiavano colore e dimensione
e si mischiavano nella luce,
come le nostre mani
irrobustite dall’amore
che ci permette di percorrere chilometri
o di separarci per un tempo determinato
senza mai slegarci i pensieri.

E tutto questo accadeva
mentre il mondo ci viveva attorno
tra i fossili e i semafori
tra migliaia di persone
di coppie di persone
e mentre uno strumento indiano piangeva,
noi parlavamo
tra i consoli e gli schiavi persiani
in un pomeriggio di un secolo fra i secoli,
noi parlavamo
delle nostre biografie acerbe
e c’eravamo solamente noi
e bastavamo solamente noi
a giustificare tutta la storia.

Prendermi

Tu sai come prendermi
con la piccola mano che hai
grande abbastanza
da afferrare il mio grosso orgoglio
pieno di innumerevoli difetti
e stringerlo quanto basta
per legarlo ad un pezzo di legno
fatto di discussioni e sorrisi
e buttarlo
fra le tue acque chiare.

Cheesecake di origami

Passeggiavo da seduto
tra le vie di una biblioteca universitaria
e con lo sguardo distratto
afferravo il contenuto
di un paracadute vuoto.
Dall’alto di un grattacielo di carta
un libro cecchino prese la mira
ma non ci fu modo di sapere
da dove mi avesse ispirato.
Non è stata un’epifania chiara
non mi ha dato nessun indizio
solo una certezza:
sei come un origami.
E ti giuro
mi sfuggiva il senso
allora ho provato a far da solo
a sbriciolare un’idea
e a farne una cheesecake:

Tu sei un lenzuolo pulito
steso sulle vie di questa città
hai la neutralità di una bandiera bianca
e dentro di te, attraverso te
si vede tutta l’arte
che un solo museo non può contenere.

La filigrana delle tue palpebre
sottilissime
nasconde quello che di più prezioso
io posso solo sfiorare
a mani legate.

Temi di strapparti
di non riuscire a reggere
fra le membrane delicate
le dita a stiletto della paura
ma il ponte rosso di San Francisco
è stato costruito per vacillare
al più per piegarsi
non per fare coriandoli;
e tu sei la velleità di tutti gli ingegneri

Sei capace di trasformare
un tramonto qualsiasi
in una cena di cui essere felici
una mancanza d’affetto
in un consumismo occidentale d’amore
un pranzo triste e solitario
in un viaggio a Disneyland tutto incluso
il mio cuore di paglia bagnata
in una meteora interstellare;

perché ti basta piegare la realtà
lungo la linea tratteggiata
che ti segna la schiena
per confermare
che la vita vale la pena
anche se non è bella davvero;
e se pieghi bene il mare ottieni un grande tsunami
con cui sciacquare le disavventure.

Forse per questo
tu sei origami
o forse solo
per l’infinita
risma di sorrisi
che hai da sciupare.

Così bella eri

Era un’incantevole dì di sole
e il 4G andava velocissimo,
ma io non mi curavo
né del tempo né del campo,
ero impegnatissimo
a guardarti
anzi, a spiarti:
eri motivo di osservazione
cosi bella
sul sedile di fianco
con le caramelle sulle orecchie
e l’ampia gonna blu elettrizzante
con motivi floreali fosforescenti
luogo di cosce accavallate
nude
ineffabilmente caldissime.
Così bella eri
che avrei voluto chiederti il numero
fin quando
non hai preso il telefono
e per ammazzare il tempo
hai giocato a Candy Crush.

Capace di esserti abbastanza

Lo so di non essere abbastanza
e di fare abbastanza
per renderti abbastanza felice
abbastanza da scoppiare
abbastanza da morire
felice e basta e morire
dall’abbastanza felicità
che io
lo so
non sarò mai abbastanza
di farti
e di essere abbastanza
capace di esserti.

Due d’agosto

Abbiamo corso fino a Roma
per pendere la patente
ma non ti sentivi pronta.

Per sei giorni dentro casa
uscivi solo per le guide
e io ti aspettavo
lavando piatti, magari, leggendo libri;
poi tornavi e si festeggiava
perché piangevi
ma era compito mio capovolgerti l’umore
e in un modo o nell’altro
ci riuscivo.

Passavamo il resto delle ore sul divano
mezzi nudi e mezzi stanchi
con il caldo del due d’agosto a pomparci le vene:
cercavi formaggi vegetali
e leggevi Lolita semi vestita
mentre io decriptavo questi cazzo di anni zero
cercandovi qualcosa di me.

C’era il caldo del due d’agosto
e per fortuna sei rimasta in mutande
con la canottiera bianca e una macchia
di caffè su una punta di te:
aspettavamo la prossima guida
e l’editore,
e l’amore.

C’era scirocco
che portava il rumore della strada
e i tuoni d’agosto,
delle moto,
della chiesa di San Patrizio
che ci chiamava a festa
ma noi non rispondevamo mai
sordi com’eravamo
muti come volevamo

c’eravamo solo noi
in quel caldo assuefatto
dalla felicità.

Dell’assenza

Mi manchi tanto.

 

Cos’altro si può dire
dell’assenza
se non farla presente.